La passione della relatività verso un vero assoluto
Che ci sia una preoccupazione diffusa di perdere l’identità cristiana, legata all’appartenenza alla chiesa, è un dato di fatto che ricorre in più occasioni e da parte di diversi personaggi anche significativi nella vita ecclesiale e da parte di chi, pur estraneo alla esperienza di fede, comunque sente importante la presenza della cristianità come cultura ed espressione di civiltà. Un tale atteggiamento intellettuale e forse anche spirituale non aiuta a considerare l’apporto che altre esperienze culturali e religiose hanno offerto per una crescita del diritto, della partecipazione di sempre più larghi strati di popolazione ai fenomeni sociali, culturali e politici.
Sembra quasi che ci si ancori alla convinzione che l’umanità abbia una sola direzione storica per arrivare alla sua migliore realizzazione. Eppure pesano ancora nelle coscienze tutte le forme di assolutismo che hanno oscurato la libertà; di ieri e la speranza di dialogo e di convivenza pacifica anche internazionale di oggi. Un altro dato di fatto è che il sistema economico e finanziario preferito dell’occidente non produce reale diffusione del benessere, al di là della cerchia di chi è gestore delle risorse in modo monopolistico o comunque legato alla classe dominante. Il sistema per difendere tali interessi rimane quello della potenza militare e della guerra come soluzione dei conflitti. Se c’è qualche legame fra l’occidente e la cristianità, bisogna insorgere per distanziare l’ispirazione evangelica da tali sistemi di potere e di affermazione della supremazia.
Una tale riflessione, che riconosco affrettata e superficiale, è comunque espressione di un desiderio profondo di chiarezza nell’interpretare i fatti e nella ricerca di sentieri di verità e pace. Sempre di più si considera preziosa la assimilazione della verità e della giustizia che il salmo suggerisce: “Grazia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Germoglierà dalla terra la verità, la giustizia si affaccerà dal cielo” (salmo 85). Se “è vero ciò che è giusto”, tanti valori saranno riconosciuti in questa luce, cercando di restituire all’umanità il volto che il Creatore stesso le ha destinato, la cornice dell’equità, della pace e della uguaglianza. Ciascuno è portatore di tale necessità nell’intimo della sua coscienza, terreno fertile per la stessa azione dello Spirito, nel rispetto di quella sana relatività e i punti di vista e del vissuto personale che si possono amalgamare con le altrui coscienze, solo nella ricerca di relazioni felici. In tempo di esaltazione di capacità comunicative, che tendono a mantenere passivi ed esecutori-consumatori neutri i destinatari, ben venga una cultura della relazione che si afferma proprio nella stima di ciò che è relativo nelle differenze e nella diversità.
Potrà meravigliare che per me una tale esperienza abbia il festoso calore e colore della gioia pasquale. Eppure nel superare la soglia della sofferenza, nell’affrontare la durezza delle ingiustizie e del dolore che esse provocano, specie nei giovani senza lavoro, nelle coscienze annebbiate, nell’ignoranza mai vinta, trovo tutto il senso del mistero pasquale. Ancora una volta il richiamo alla responsabilità di stare dalla parte degli ultimi, di pagarne le conseguenze, di metter in moto processi di liberazione, di sperare che ci si possa sollevare, sono tutti elementi di forza che avvicinano alla proposta offerta da Risorto: una riconciliazione reale con ciò che ci aspettiamo dall’essere umanità in cammino nella storia, verso un orizzonte di assoluta pace e di luce. Di questo “assoluto”, sì che sentiamo il bisogno.
Per gentile concessione di: Fabrizio Valletti sj (tratto da Fuga di Notizie - Marzo 2008)
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