sottili differenze di prospettiva

Referendum, il sapore amaro di una vittoria inutile

Ebbene: SI.
Il tanto atteso e discusso referendum del 12/13 Giugno c’e stato, come un ciclone è passato travolgendo pregiudizi e aggirando divergenze politiche, come una ventata fresca ha cambiato l’aria, ormai da troppo tempo stantia, dei vecchi schemi partitici. Il popolo ha votato, dimostrandosi consapevole delle proprie scelte: e quando il popolo è artefice del proprio destino, la democrazia regna sovrana; e allora tutti in piazza a festeggiare la vittoria, ognuno con la gioiosa consapevolezza di un’intima forza sgorgante dall’unione, quel senso legittimo di potere popolare che può dare solo un referendum – soprattutto quando l’esito si rivela un unanime plebiscito –, strumento per eccellenza della democrazia diretta, in cui a ogni cittadino è occasionalmente concessa la facoltà di deliberare.
Il referendum c’è stato, i “si” hanno vinto, gridati come gesto di estrema liberazione di un popolo che non vuole più subire passivamente voleri altrui: e ora, la gente si guarda in faccia, intimamente soddisfatta di se stessa, fiduciosa che tutto sia cambiato sotto lo stato di calma apparente, in attesa che questo cambiamento si estrinsechi nella realtà dei fatti. Già: perché in democrazia, quando il popolo esprime il suo parere, i governanti non possono far altro che inchinarsi alla sovranità suprema del popolo, e assecondare il suo volere.

Ma in Italia, si sa, facciamo le cose a modo nostro.
La nostra amata Italietta ha sempre avuto un rapporto abbastanza controverso coi referendum: a cominciare da quel “plebiscito”, che plebiscito non fu, che decretò la nascita della Repubblica Italiana, verso cui ancora oggi molti nutrono sospetti di brogli elettorali, per arrivare, in tempi più recenti, alle varie consultazioni in cui il quorum non è stato raggiunto (si veda il quesito del ’99 per l’abolizione del sistema proporzionale), passando per i più fortunosi, saldi risultati dei referendum su aborto e divorzio. Poi ci sono quelle sporche storie di referendum, quelle i cui risultati abrogativi sono stati prontamente oscurati da nuove leggi ad hoc: per esempio l’abrogazione della legge per i finanziamenti ai partiti, quel famoso referendum già tentato nel lontano 1978, poi riproposto – e andato a segno – all’indomani dello scandalo di Tangentopoli, quando lo sdegno popolare fu indispensabile propulsore alla vittoria dei “si”, con oltre il 90% di adesioni. Una vittoria aggirata però subito dopo dalla reintroduzione dei rimborsi elettorali (modifica della legge 515/93) nel ’94, quando ai partiti furono sborsati, in occasione delle elezioni politiche, ben 47 miliardi; una vittoria umiliata con la legge 2/1997 per la destinazione ai partiti del 4permille, e infine completamente bypassata (incostituzionalmente?) dalla legge 157/1999, che con le successive modifiche, duplica di fatto le cifre già da capogiro dei fondi stanziati per i partiti vincitori – cui dal 2006 basta l’1% di voti per ottenere diritto a finanziamenti erogati annualmente e per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva.
Ugualmente, la vittoria schiacciante dei “si” anti-nuke, già ottenuta al referendum dell’’87 post-Cernobyl, che consegnò ai singoli comuni la facoltà di decidere l’eventuale localizzazione delle centrali nucleari, impedendo l’intervento forzato dello Stato, e stabilì l’esclusione della possibilità per l’Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero, non ha impedito al Governo di riproporre la questione, seppur con delle sfumature diverse, all’ultimo referendum, arrivato, caso vuole, dopo l’ennesima tragedia nucleare, quella di Fukushima. Ottenendo dagli italiani la stessa risposta. Che però ha ben poco valore se paragonata alla pressante insistenza di Sarkozy, fortemente interessato a investire denaro francese nella costruzione di centrali nucleari su suolo italiano, da affidarsi congiuntamente a Enel e alla francese Edf, con la prospettiva di lauti guadagni, è ovvio, che avrebbe potuto contribuire ad appianare l’annoso debito pubblico italiano, i cui titoli la generosa Francia ha recentemente acquistato.

A scoprire queste amare verità pare quasi di vedere la cresta della vittoria popolare che inizia a abbassarsi, ridimensionando l’attrito del proprio potere su chi il potere lo detiene veramente. Gli italiani hanno detto no al nucleare, no al legittimo impedimento, no alla privatizzazione dell’acqua. Fino a quando i governanti non decideranno che è ora di presentarci il conto, aggirando i risultati referendari con nuove leggi, o richiamando la gente alle urne nella speranza di un cambiamento (e se non ci fosse stata Fukushima?). Analizzando i risvolti oscuri dell’ultimo referendum viene da chiedersi che cosa cambierà davvero, e soprattutto cosa ci si guadagna a saltare sul carro dell’esaltazione popolare anti-berlusconiana, che tutto fa fuorché favorire l’emergere di una coscienza critica e civica. Gli italiani hanno detto no al legittimo impedimento, quella legge infame, creata ad hoc per il nano di Arcore, che impedisce la celebrazione dei processi (e quindi l’eventuale condanna) di chi ricopre le più alte cariche dello Stato, fintantoché rimane al potere: una stortura di per sé evidente, giacché, se è vero che i governanti sono da esempio ai comuni cittadini, l’onta dell’imputazione dovrebbe essere sufficiente a far dimettere chiunque si trovi ai vertici di un qualunque sistema di potere; senza contare che, abrogando il legittimo impedimento, non viene scalfita quella legge che garantisce ai parlamentari la possibilità di rinvio dell’udienza in presenza di altri impegni di natura politica. Il dovere davanti a tutto, insomma. Anche alla fedina sporca?
Ancora, gli italiani hanno detto no alla privatizzazione dei pubblici servizi, tra cui quello idrico. Perché l’acqua è un bene comune, almeno idealmente, e fin qui niente da dire. Ma quando a erogare un bene che dovrebbe essere alla portata di tutti sono delle aziende – tra cui la napoletana ARIN – municipalizzate, ovvero private ma non liberalizzate, di cui i Comuni sono semplici azionisti di maggioranza, allora ci si accorge che nessun servizio è mai stato davvero pubblico. I Comuni in quanto tali non hanno le competenze specifiche a far funzionare la rete idrica e garantire il servizio: da sempre la gestione materiale del servizio è affidata a ditte specializzate private, che diventano consorziate con il Comune stesso, onde evitare la liberalizzazione dei servizi e delle tariffe (come è accaduto per la telefonia). Il che significa gestione privata del servizio, ma senza possibilità di scegliere (né da parte dell’utente, né per il Comune stesso) l’azienda più competente nel settore tramite un’onesta e libera gara d’appalto, che valuti la proposta migliore per investimenti attesi e convenienza delle tariffe. Ma quest’informazione è stata accuratamente tenuta nascosta nella già scarne campagne di pubblicizzazione del referendum. Cosa accadrà ora che gli italiani hanno votato “si” all’abrogazione della legge sulla privatizzazione? I capitali investiti dalle aziende private municipalizzate dovranno essere rimborsati, i guadagni persi dovranno essere risarciti? I contratti di gestione privata degli acquedotti dovranno essere rescissi?

Il popolo ha votato, ha espresso le sue preferenze; il popolo è sovrano, e i suoi voleri vanno realizzati. Ma che valore ha il volere del popolo? Gli italiani hanno ben poco da festeggiare per questa vittoria. Perché, a guardar bene, quest’ultimo referendum sembra l’ennesima trovata dei soliti sistemi politici, per regalare alla gente ancora una speranza che andrà inevitabilmente delusa, ancora un’illusione che qualcosa stia cambiando, senza che nulla cambi davvero. Bisogna che tutto cambi, perché tutto resti uguale, scriveva Tomasi di Lampedusa. Una scaltra, opportunistica lezione politica che a distanza di quasi 200 anni i nostri governanti non hanno ancora smesso di applicare. Sulla pelle degli ignari, benpensanti, speranzosi italiani.

Per gentile concessione di Giuliana Gugliotti tratto da La Rosa Nera

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