sottili differenze di prospettiva

Napoli: Piazza e Guglia di San Domenico

La piazza dominata dall'abside poligonale della chiesa di San Domenico cominciò ad assumere una forma propriamente urbana nel Rinascimento; in precedenza, era stato semplicemente uno slargo posto ai confini della città antica e attraversato dalla murazione del IV secolo a.C., per lungo tempo occupato in parte da orti. I sovrani aragonesi ne fecero il centro di una zona privilegiata dalla nobiltà, che aveva il nucleo principale nella chiesa dei Domenicani, scelta per custodire le spoglie della dinastia, e un'appendice nel vicino seggio aristocratico di Nilo.

Il programma di riqualificazione comportò l'apertura di un nuovo ingresso alla chiesa, sulla piazza, più adatto ad ospitare le affollate cerimonie della corte, oltre a permettere la sistemazione delle altre fabbriche esistenti, che furono composte in una sorta di fondale monumentale.
Il largo diventava così uno dei principali ambienti cittadini: salotto a cielo aperto, luogo d'incontro fra potere e sudditi, teatro di eventi di massa lieti e tristi - dal funerale di Ferrante d'Aragona all'acclamazione del suo successore Alfonso II. E anche più tardi, nonostante lo svilupparsi della città moderna intorno all'asse di Toledo, il decumano e la piazza continuarono a essere uno dei luoghi prediletti per la residenza dalle famiglie nobili, che vi costruirono i propri palazzi o ristrutturarono edifici già esistenti, creando una particolare commistione di forme e di stili. La compresenza di elementi architettonici risalenti a periodi e scuole diverse è ben visibile proprio nelle costruzioni che circondano la piazza.

A pochi passi dal portale ancora tardo gotico della chiesetta di Sant'Arcangelo a Morfisa si apre, per esempio, il bel portale classico del palazzo di Antonello Petrucci, segretario di Ferrante d'Aragona. Come altri edifici della zona, anche questo passò da un proprietario all'altro e fu quasi del tutto ricostruito alla fine del XVII secolo, dopo il terremoto del 1688.
Tra il XVI e il XVII secolo, la piazza raggiungerà una configurazione più stabile, soprattutto con i palazzi dei diversi rami della famiglia di Sangro, tutti abitanti qui: i principi di San Severo, i duchi di Vietri, quelli di Casacalenda. E, a completare la trasformazione in senso urbano, al centro sorgerà la guglia di San Domenico, che i padri domenicani e gli eletti della città avevano commissionato dopo la peste del 1656, come segno di ringraziamento per la realizzazione di un voto popolare. I lavori iniziarono due anni dopo la peste e coinvolsero nella decorazione barocca Cosimo Fanzago, ma furono completati solo nel 1736 da Domenico Antonio Vaccaro.

Nella seconda metà del Settecento il luogo era ancora fra i più amati e frequentati dalla popolazione, al punto che il re Ferdinando IV di Borbone, per tutelarne il decoro, nel 1764 faceva murare nelle pareti della chiesa una lapide in cui si vietava di <<giocare a carte, palle o schiassare>> e anche di <<farvi vendita di frutti, melloni, deporvi sfrattature o immondezze, mettervi posti d'affittare sedie o banchi di cambiavalute>>.
E forse quel bando - che certo dice qualcosa sugli usi presenti allora - può essere visto anche come spia di una sorta di vocazione della piazza, che ha ritrovato un grande successo di pubblico molto di recente. Infatti la piazza, pedonalizzata, è tornata ad essere un centro frequentato giorno e notte da un pubblico numeroso e variegato, che visita gli edifici monumentali, ma ama e usa altrettanto i tavolini dei caffè 'nobili', i più poveri scalini e le bancarelle precarie.


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