sottili differenze di prospettiva

Napoli: San Domenico Maggiore

Nel 1283, per volontà del futuro re Carlo II d'Angiò, si avviò la costruzione della Basilica di San Domenico Maggiore, uno dei più vasti e ricchi complessi conventuali della città, casa madre dei Domenicani nel regno di Napoli e anche sede dell'università partenopea.
In precedenza i religiosi dimoravano in un antico monastero, le cui strutture, nel progetto di ricostruzione, furono demolite, tuttavia la memoria di tale edificio è attestata dalla chiesa dedicata a San Michele Arcangelo a Morfisa, edificata probabilmente nel X secolo, che fu inglobata nella nuova fabbrica con funzione di cappella laterale.
L'ingresso principale della chiesa, sito nel cortile di un palazzo di vico San Domenico, denuncia i diversi stili stratificatisi nelle varie fasi costruttive della fabbrica. Infatti il bel portale del Trecento, con stipiti impreziositi da tasselli marmorei policromi, è fiancheggiato da due cappelle rinascimentali ed inquadrato da un pronao settecentesco su cui campeggia una bifora dell'Ottocento. Conclude la facciata il campanile con decorazione barocca.

Dalla parte opposta, in piazza San Domenico, sono visibili le pareti esterne dell'abside poligonale della chiesa, con un bel poprtale marmoreo cinquecentesco attraverso cui si accede direttamente all'altare, e sulla sinistra la monumentale scalinata d'ingresso che conduce all'antico nucleo della chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa.
L'interno della basilica recupera una tipologia gotica presente in altre chiese angioine a Napoli, ma i numerosi interventi, nel corso dei secoli, hanno compromesso la spazialità originaria; primo fra tutti quello di Federico Travaglini (1850-1583) che ha mascherato con un rivestimento di stucco dorato le antiche membrature in adesione al gusto neogotico. La basilica è ricchissima di opere d'arte e raccoglie numerosi esempi della migliore scultura napoletana del Cinquecento, altari e monumenti funebri, opera di Giovan Tommaso Malvito, Girolamo Santacroce e Giovanni Merliani da Nola. Lungo la navata destra merita particolare attenzione la terza cappella, detta Brancaccio, dove, in seguito a restauri del 1953, sono tornati alla luce affreschi eseguiti da Pietro Cavallini (1309), artista romano di cultura giottesca.

Tale ciclo ci offre l'opportunità di ricostruire idealmente la preziosa decorazione dell'intera chiesa angioina.
Dalla settima cappella destra si accede al cappellone del Crocifisso che forma quasi un ambiente a sé stante, sul cui altare maggiore è una riproduzione del Cristo in croce tra la Vergine e san Giovanni. Il Cristo raffigurato nella tavola originale, pregevole opera di fine Duecento di pittore campano, secondo la tradizione, avrebbe parlato a san Tommaso d'Aquino.
Lungo la parete sinistra si apre la cappella dei Carafa, conti di Ruvo che ospita il presepio ligneo dello scultore bergamasco Pietro Belverte (1507-1511), allestito con pietre portate da Betlemme, ma la peculiarità di quest'ambiente è offerta da un ballatoio, che si sviluppa su tre lati, sul quale sono disposte in due ordini 45 arche sepolcrali rivestite di damasco, seta, broccatello e velluto, contenenti le spoglie di personaggi per lo più legati alla corte aragonese.
Dal braccio destro del transetto si accede all'antica chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa, che raccoglie numerosi monumenti sepolcrali del XV, XVI e XVII secolo. La cappella del Rosario, la prima del braccio sinistro del transetto, custodisce un'ottima copia di Andrea Vaccaro (1670) della celeberrima Flagellazione commissionata da Tommaso De Franchis a Michelangelo da Caravaggio (1607-1609) e trasferita per motivi di sicurezza nel Museo di Capodimonte, come del resto l'Annunciazione di Tiziano (1557), proveniente dalla quarta cappella dello stesso braccio del transetto.

I lavori di sistemazione del convento, iniziati nel 1289, si protrassero per oltre trent'anni. Una seconda ricostruzione fu avviata dall'architetto Francesco Antonio Picchiatti nel 1659 e conclusa nel 1685 con l'elevazione di un altro piano. Nel 1272 Tommaso d'Aquino, vestito l'abito dell'ordine, fondò nel convento la Facoltà di Teologia. Al primo piano è ancora conservata la cella del Santo, trasformata in cappella con decorazioni barocche.
In un prossimo futuro il convento ospiterà, probabilmente, il Museo dell'Opera di San Domenico.


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