sottili differenze di prospettiva

Via Foria e l’Albergo dei Poveri

La strada, Via Foria, nasce dov'era il vallone fuori dalle mura nord della città, spesso invaso da acque piovane. Il nome probabilmente deriva da Forino - cognome dei principi che nel XVII secolo costruirono qui una villa con giardini - trasformato, poi, in Foria forse proprio per la collocazione periferica del luogo il quale, tuttavia, era tutt'altro che disabitato, essendo presenti nell'area oltre porta San Gennaro tanto i borghi che le necropoli.
Fino agli interventi dei Borbone, via Foria rimase un percorso strategico ma poco decoroso, frequentato quasi esclusivamente dalla popolazione locale.

Nel 1751, tra gli interventi di ridisegno della capitale, in base ad un programma tipicamente paternalista, Carlo di Borbone commissionò a Ferdinando Fuga il progetto dell'Albergo dei Poveri (presso piazza Carlo III), concepito come un gigantesco ospizio che avrebbe accolto, all'ingresso della città, i poveri di tutto il Regno: ottomila, secondo le stime. L'edificio attuale è ciò che resta di questa idea, progressivamente ridimensionata e lentamente attuata: solo tre cortili, dei cinque previsti, furono portati a termine e la facciata fu completata solo nel 1819, anno in cui i lavori furono definitivamente interrotti.
A quella data l'Albergo dei Poveri, denominato anche Reclusorio, accoglieva circa duemila ospiti, ai quali erano fornite un'istruzione e una sorta di formazione professionale; oggi, invece, la struttura ospita la sede cittadina dell'associazione Kodokan e di numerose altre associazioni oltre ad essere utilizzata come palcoscenico di alcuni spettacoli del Napoli Teatro Festival Italia.

La sistemazione propriamente urbana della strada risale al 1768, quando i vari tratti furono allargati e allineati, in occasione del matrimonio di Ferdinando IV, con l'obiettivo di farne una passeggiata alternativa a quella di Chiaia. In effetti la strada ebbe un suo pubblico, ma non riscosse un vero e proprio successo, tanto che la villetta piantata presso porta San Gennaro diventò, per il "dovizioso volgo" di Chiaia e Toledo, la cosiddetta "Villa dei pezzenti". Del resto, la strada di Santa Teresa e via del Campo fecero anch'esse una discreta concorrenza alla sfortunata promenade, nonostante Chiarini la descriva, ancora a metà Ottocento, come dotata di potenzialità uniche: spazio, aria e "tanta comodità da aprir mercati, far feste ed esercizi militari, e cento altre cose".


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