sottili differenze di prospettiva

Addio a Dante. La Divina Commedia sotto inquisizione dell’Onu

A Roberto Benigni sarà venuto un coccolone sfogliando i giornali ieri mattina. Dante antisemita e islamofobo, Dante razzista e omofobo. È la conclusione di Gherush92, organizzazione di ricercatori e professionisti consulente speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani e l’educazione allo sviluppo, che ieri ha presentato la sua sconcertante richiesta: eliminare la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali. O almeno, corredarla di appositi commenti tesi a depotenziare l’influenza fuorviante di quei versi che si accaniscono su Giuda e Maometto, i sodomiti, gli adulteri e i lussuriosi in genere, con chiari intenti discriminatori da parte del Sommo Poeta. La letteratura dai banchi di scuola approda a quelli dell’Onu – per non fare forse più ritorno – e scatena (è il caso di dirlo) l’Inferno.

Caro Dante, questo potrebbe essere un definitivo addio. Alla cultura. E prima che la vita e l’opera dell’autore considerato padre della letteratura italiana cadano nell’oblio censorio in nome della tutela dei diritti umani, vale la pena ricordare l’uomo Dante e l’inestimabile contributo della sua attività letteraria alla costruzione dell’identità culturale italiana.

Dante – contrazione di Durante – nasce a Firenze nel Maggio 1265 da una famiglia della piccola nobiltà. Due eventi segneranno precocemente l’infanzia del Poeta: la morte della madre e l’incontro con Beatrice. La perdita precoce della prima donna amata e l’impossibilità di amare pienamente la seconda lasceranno un segno profondo e avranno ripercussioni sull’intera poetica dantesca: l’amore, nutrito dalla passione e dal tormento che sempre discende dall’irrealizzabilità del desiderio, si affranca dall’aura di misticismo religioso che lo relegava alla pudicizia matrimoniale, diviene trasporto verso l’altro che è allo stesso tempo tensione verso il Divino, inteso come senso profondo che permea l’esistenza di tutte le cose – quell’ “amor che move il Sole e l’altre stelle” – a cui l’uomo, imperfetto, volubile, inferiore alla donna angelicata, può accostarsi solo attraverso la sublimazione contemplativa di un inattuabile sentimento amoroso. Una tematica, quella dell’amor cortese tanto caro agli stilnovisti, che influenzerà l’immaginario letterario internazionale fino – e forse oltre – al Romanticismo, e che trova suprema espressione concettuale proprio in quella Comedia, che Boccaccio ribattezzò Divina, che da domani potrebbe figurare nella lista nera dei libri proibiti. Ma l’ascendente dantesco sulla nostra cultura non si esaurisce con l’iconografia della Commedia: esiliato per motivi politici, il Poeta trascorse lunghi anni in giro per l’Italia dei Ducati e l’Europa dei grandi Imperi, dedicandosi allo studio degli usi e costumi e dei dialetti volgari. Democratico ante litteram, si rese conto della necessità di divulgare il più possibile la cultura istruendo le masse e consentendo l’accesso al sapere anche a quanti, pur non avendo ricevuto un’istruzione superiore, erano desiderosi di imparare. Con questo scopo nasce il Convivio, che può a buon diritto essere considerato la prima enciclopedia scritta non in latino ma in toscano, la lingua del volgo. Allo stesso periodo risale il De vulgari eloquentia, trattato in latino destinato agli intellettuali dell’epoca, che evidenzia la necessità di eleggere il volgare, ovvero la lingua dialettale, a lingua ufficiale sia scritta che parlata. Un vero e proprio manifesto linguistico che getterà le basi per la costruzione della grammatica italiana, quella che ancora oggi si studia – e che purtroppo si applica sempre meno – nelle scuole. Sembra quasi che l’idea di esiliare la Divina Commedia dai banchi vada di pari passo con l’incalzante tendenza alla semplificazione – con buona pace dei congiuntivi – di quella lingua alla cui genesi Dante contribuì, conferendole rango e dignità.

L’opera dantesca è alla base di buona parte della nostra cultura; e stare a guardare i figli che sbranano il padre ingiustamente ritenuto tiranno in nome di una parità che pur di affermarsi recide le radici più salde a cui si nutre da secoli, mette solo tanta tristezza.

Per gentile concessione di Giuliana Gugliotti tratto da La Rosa Nera

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