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Napoli: Chiesa dei Padri della Missione

La vicenda costruttiva del complesso dei Padri della Missione attraversa quasi tutto il XVIII secolo: una lunga e articolata opera di trasformazione portò alla realizzazione degli ariosi e luminosissimi interni ideati da Luigi Vanvitelli, cui però fa da contrappunto una pesante e goffa facciata (1788), che appartiene alle ultime travagliate fasi di completamento della struttura.

L'opera fu intrapresa all'inizio del Settecento, quando si determinò di demolire la vecchia struttura per ricostruirne una nuova che sfruttasse al meglio lo spazio e le proprietà limitrofe che intanto si andavano acquisendo; per realizzare il grandioso programma di ampliamento previsto dal superiore Vincenzo Cuttica fu inviato, da Roma, nel 1724, Giovanni Andrea Garagni, un missionario-architetto piemontese.

Data l'imponenza dell'opera da svolgersi, il progetto incontrò non poche resistenze, soprattutto da parte dei proprietari confinanti - all'epoca erano ancora in vigore i divieti di fabbricazione nei borghi e l'origine francese della congregazione non era certamente elemento positivo agli occhi dell'amministrazione cittadina controllata dagli austriaci. Tuttavia, nonostante le numerose difficoltà, i lavori andarono avanti sino alla morte di Andrea Garagni, avvenuta nel 1743: all'architetto piemontese viene attribuita la paternità di gran parte del complesso nonchè l'avvio dei lavori per la realizzazione della chiesa e del lungo corridoio d'ingresso alla Casa.

Probabilmente il 1756 segna l'arrivo, in qualità di direttore dei lavori, di Luigi Vanvitelli, anche se la sua presenza è documentata solo a partire dal 1764; responsabile dei lavori, negli anni precedenti, risulta infatti Michelangelo Giustiniani, architetto di fiducia della principale finanziatrice dell'opera, la duchessa di Sant'Elia. Giustiniani dovette comunque limitarsi al disegno di qualche altare e alle rifiniture di elementi decorativi della chiesa che, nel 1759, era ormai in via di completamento. Non sappiamo con assoluta certezza se Vanvitelli subentrò a Giustiniani alla morte della duchessa (1761), certo è che, nel 1763, il cantiere di villa Campolieto ad Ercolano fu tolto a Giustiniani ed affidato a Luigi Vanvitelli, con grave disappunto del primo che, forse, preferì abbandonare la fabbrica dei Vergini, prima di vedersi scavalcare ancora una volta dal rivale, con una decisione ufficiale dei suoi committenti.

L'elemento che più caratterizza gli ambienti della Congregazione è l'intensa illuminazione, accentuata dal biancore delle pareti; ciò è immediatamente percepibile non appena varcato l'ingresso: nel lungo corridoio che si ha di fronte la luce piove dall'alto attraverso gli oculi delle volte. Sulla sinistra c'è il vero e proprio atrio della chiesa che dà accesso all'elegante aula ellittica coperta da cupola a lacunari e lanternino. Su questo spazio centrale si aprono cappelle maggiori (contraddistinte dalla presenza di archi) e cappelle minori (contraddistinte perchè architravate). Anche qui domina la luce proveniente dalle finestre, aperte alla base della cupola, che dà grande risalto ai pochi dipinti esistenti, tra i quali si ricorda, sull'altare maggiore in marmi commessi, il San Vincenzo de' Paoli assunto in cielo di Francesco De Mura.


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