Arthur Schnitzler: Doppio sogno
Una storia di “smarrimenti paralleli”, alla ricerca di un’introvabile verità su sé stessi. Un’avventura consumata in una sola notte, alla fine della quale non resta che il ricordo: un ricordo, però, che rimarrà vividamente impresso nella memoria dei protagonisti, come monito minaccioso della volubilità della volontà umana.
Così la “Traumnovelle” apre uno scorcio sulla vita coniugale e sulle dinamiche inconsce che inevitabilmente si attivano in una relazione così intima, e alla stesso tempo tanto precaria, come quella del matrimonio.
Con evidente acume psicologico, nonché una viva sensibilità nel cogliere i più inattesi aspetti della sensibilità umana, Schnitzler oltrepassa silenziosamente la sottile linea di confine che separa la coscienza dallo sconfinato quanto pericoloso e ignoto territorio dell’inconscio.
Il risultato è una continua osmosi tra le due dimensioni dello psichico, l’impossibilità di distinguere dove inizia il sogno e dove finisce la realtà…
Attraverso la fragile barriera del preconscio, desideri inconfessabili, e tuttavia profondamente umani, filtrano alla coscienza assumendo i contorni sfocati di una nebbia che avvolge la mente e oscura la ragione: il racconto si trasforma in una interminabile catena di libere associazioni che, un incontro dopo l’altro, seguendo Fridolin nelle sue grottesche avventure notturne, trascina anche il lettore nelle buie e sconosciute vallate del suo Io, spingendolo a porsi interrogativi insolubili, forse scomodi, che lo portano a fare i conti con sé stesso.
Il risveglio è inaspettato, ma lascia al lettore (come ai protagonisti) un intimo dubbio, tormentoso e impellente: quanto durerà la veglia?
Purtroppo, neanche a questa domanda si può dare una risposta: come dice Albertine, “non si può ipotecare il futuro”.
Per gentile concessione di: Giuliana Gugliotti
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